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About Deviant Member Martino Crippa19/Male/Italy Recent Activity
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  • Listening to: Eye of the tylacine - The unguided
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  • Playing: Orbs of Fate
  • Eating: I'm brushing my teeth
  • Drinking: I'm brushing my teeth
COULD SOMEONE PLEASE TELL ME WHAT THEY THINK OF "THE TREASURE OF THE SILKY TUNNEL?! I NEED TO KNOW!!!!

:spider: :spider: :spider: :spider: :spider: :spider: :spider: :spider: :spider: :spider: :spider: :spider: :spider: :spider: :spider: :spider: :spider: :spider: :spider: 
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:iconlynnae-madison: prepare for hell...

"You can tell a lot about someone by the music they listen to. 
Hit shuffle on your iPod/ phone/ iTunes/ media player and write down the first five songs that play, then pass this on to 5 people."

1. Rhapsody of Fire - Legendary Tales



2. The unguided - Eye of the Thylacine



3. Leaves' Eyes - Take the devil in me



4. GORMATHON - Remember



5. Grave digger - Hell funeral



I tag :iconotakufedechan: 'cause I like to torment her and I won't teach her math anymore if she doesn't do this meme... also for every anime songI found in it I'll kick her ten times. She deserves it.

Bye for now!!
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Finally, "The treasure of the silky tunnel" is translated.

And I'm not gonna stop anytime soon to insult myself for the ton of mispelling I did, specially with the damned "h"s.

Oh well... it's about a dridder, so...

SPIDERS FOREVER!!

:spider: :spiderglomp: :spiderla: Spider Pixel- Halloween Spider Araignee Spider dance :spiderwoooo: Spidey SPIDERRRRRR PIXELLLLL Spider Spider Scare Spider bear Splat Walker drow's_pet spins avatar Spider Web 
Ho deciso di mettere su Deviantart anche la versione in italiano, dato che vado abbastanza fiero di questo racconto. E lo giro alla pagina di Italia, in modo da ravvivarla un po' (è da un pezzo che non ci sono aggiornamenti da laggiù...)

I decided to put on DA even the italian version, since I'm quite proud of this story. And I'll submit to the Italia group, in order to keep it alive (it passed some time since the last submission from that group came over here...)

I

Ticchettii. Ticchettii rapidi, ma incerti, come quelli che fanno le prime gocce di pioggia. Eppure sempre più rapidi, come se l’emanatore imparasse a velocità sorprendente, e si migliorasse di volta in volta. Avanzava, e retrocedeva per correggere un piccolo sbaglio. È un peccato che non si possa applicare tale metodo nella vita.
La casa era buia, immersa nel silenzio del vento impetuoso, che sovrastava ogni cosa, rendendola debole e ignota, perfetto clima per una sera del genere. Il salotto giaceva, totalmente in quiete, se non per lo sbattere delle persiane e dei rametti ondeggianti tra le onde eteree, così inermi da passarci attraverso, così potenti da strapparli al loro albero per far danzare loro l’ultimo valzer prima di cadere, bruni, e morti. La porta verso la cantina era aperta. Un artiglio tirò un filo, facendo sollevare dalla cucina una caraffa, che si riversò in una tazza. Un altro filo, e la fiamma si spense. Un terzo, e la tazza scivolò lentamente nel seminterrato, atterrando di fianco all’essere, che non la degnò di uno sguardo. La caffeina la rendeva ubriaca.
Il ticchettio si arrestò. Così, sospeso in aria. La pioggia di ossa contro la tastiera, di cui ogni tasto era ricoperto da una lamina metallica, si fermò. L’essere abominevole infilò il dito di scimmia lungo il suo artiglio acuminato, e lo usò per scorrere la mail. Saltò i convenevoli, le interessava solo di non aver dimenticato nulla. Scrisse solo poche altre righe in fondo alla pagina.
“Fai di questa storia ciò che vuoi. Non so, rendila un racconto, una poesia, un fumetto, un film. Ora è tutto nelle tue mani. La cosa più orribile che possa fare per quella persona, è lasciare che il tempo ne corroda la memoria. Fai qualcosa per renderlo eterno. Qualsiasi cosa. Anche perché, finché c’è internet, lui ci sarà. Anche se la memoria degli uomini svanirà. Finché c’è internet, la sua storia, la mia storia non verrà mai dimenticata.”
Devo ancora capire perché nelle mail non c’è la conferma dell’invio. Basta premere “invia”, e la mail è inviata. Non la si può fermare, non si può richiamare il postino cibernetico, lui è già sparito. Soffermarsi serve per ragionare, pensare, fa usare il cervello, nonostante sia una noia. E poi, le avrebbe tolto il dispiacere di scrivere una seconda mail, di lì a breve. Ma forse è meglio così, non facciamo spoiler. Ci vuole un cornetto di cialda, per poter assaporare la marmellata.

II

Gli occhi neri baluginarono nella mattina estiva, nascosti dalla fronde dei pini verdeggianti di nuovi e freschi aghi, capaci di nascondere perfino un corpo senza armonia come il suo. Il povero capriolo paralizzato non poteva fare altro che fissare il vuoto, mentre gli artigli nerastri tranciavano la carne e le ossa, squartandoli in un gesto con la facilità che nemmeno la più affilata della mannaie può avere. L'essere terrificante preparò la buca, non voleva che nessuno trovasse le ossa spolpate e succhiate, avrebbero solo alzato sospetti. E il midollo l'aveva ormai stufata, non ne poteva più. Al diavolo la segretezza! Senza un po' di rischio, una vita procede bigia e monotona, e dopo un po' crolla sotto il peso della sua stessa infelicità!
Un ramo spezzato la riportò alla realtà della sua vita in incognito.
I sensi della bestia si acuminarono di colpo, come un cacciatore che abbia sentito avvicinarsi l'orso. Gli occhi cristallini si voltarono verso la creatura, sperando in una povera bestia inerme al suo veleno. Non era così.
Che ci faceva un essere umano in un bosco sperduto del Trentino? E si capiva che non era di qui! Era troppo grasso, i polpacci oscillavano senza ritegno al di sotto dei pantaloncini, e il sudore colava copioso da sotto il cappello di paglia, per non parlare del libretto su cui scriveva freneticamente, e da cui non alzava mai gli occhi. Il mostro non aveva mai mangiato un essere umano. Aveva paura di toccare la carne di una creatura intelligente quanto lei, se non di più. Ma avrebbe comunque fatto una cena deliziosa.
Il ragazzo non si accorse di nulla. La bestia si avvicinò, usando la peluria delle zampe per avvicinarsi silente. Aprì le braccia attorno a lui, come a voler bloccare una sua possibile fuga. La bocca si aprì, e poi la mascella, con un rumore di ossa spezzate. Ma l’umano non lo sentì. Aveva iniziato a parlare, no, a declamare. L’umano era un poeta, un ragazzo sui venticinque anni, e aveva appena scritto una poesia sulla natura. Una poesia vibrante di sensazioni, di coraggio, di intensità d’animo, e di accuse verso compagni che cercavano solo la comodità nella propria vita, e per questo condannavano la vita degli altri a seccarsi e perire.
Le zanne si bloccarono a pochi millimetri dal collo. La creatura era come fossilizzata, colpita nel cuore dalla soave armonia di quelle parole che sembravano accostate a caso, prive di senso ma insieme congiunte in una danza leggendaria, capace di spiegare quanto di attirare attenzione. Era la prima volta che il cuore umano vinceva sull'istinto della belva. Era la prima volta che la creatura rinunciava a porre fine alla vita del suo cibo. Era la prima volta che l'alito bollente della bestia, sempre represso per non farsi scoprire, si posava su qualcosa di vivo, e che questo qualcosa si voltasse ad osservarla.
L'umano fece un passo indietro. Gli occhiali da sole di alzarono verso gli occhi cristallini, mostrando all’essere sbalordito i suoi occhi, brillanti di sentimento. La fissava. Ma non aveva disgusto, né paura… solo… curiosità. La curiosità, che aveva spinto l’uomo a essere ciò che era, e che l’aveva portato sulla strada della distruzione, per la brama di sapere. Ma la sua curiosità era innocente, volta solo a scoprire ciò che può essere osservato, senza bisogno di distruggerlo per sapere sempre di più.
Poche parole sgorgarono dalla bocca di quel bizzarro ragazzo: -Rispondimi solo agitando la testa, ok?
La creatura annuì.
-Sei reale?
La creatura annuì.
-Bene, allora la birra non c'entra niente... dunque... con chi ho il piacere di parlare, madame aracnide?- chiese di nuovo, levandosi il cappello e inchinandosi al suo cospetto.
La creatura emise un risolino. -Sono almeno cinquant'anni che la gente non si esprime così, sai? E comunque preferisco il termine "dridder".
-Se è per questo, saranno millenni che un uomo vede una ragazza ragno. Potrei almeno chiederti di... sai com'è... metterti qualcosa addosso?
-In... che senso, scusa?

III

Il fuoco crepitava nella caverna setosa. La ragazza non accendeva mai il fuoco, figurarsi stare in compagnia di un umano! Ma non aveva scelta. Aveva però come una sensazione che la attirava a lui... come se ci fosse qualcosa di inspiegabilmente attraente in quel ragazzo, come se lei fosse la bacchetta di ferro, e lui la calamita.
-Bene, il brodo sarà pronto tra una decina di minuti- esclamò il poeta, mettendosi i guanti da cucina, e rimestando nel pentolino. -Vedrai, è molto più buono che mangiare la carne cruda!
-Se mi posso fidare...
-Andiamo, che motivo avrei di ingannarti?- chiese il ragazzo, sorridendole. -Piuttosto... perché non ti fai vedere in tutta la tua bellezza?
La dridder girò i suoi occhi inscrutabili verso di lui, furente. Piantò gli artigli nella roccia, poco distante dalla sua spalla, e lo fissò con odio. Ma lui non si scompose.
-Non dire cose simili, umano!- rispose, abbassando la mascella pelosa e separandola in due chele uncinate. -Il mio veleno ammorbidisce la carne, permettendomi di succhiarla via, spolpando le ossa fino al midollo. Questi artigli, e queste zampe pelose, sono state create per distruggere tutto ciò che toccano. Il mio pelo nero, coi quattro fori sull’addome, che mi ricopre tutta, e gli anelli bianchi attorno alle articolazioni delle mie otto zampe, mi rendono terribile ad ogni vista. Le braccia nude, uncinate sulle mani, hanno trapassato la carne di centinaia di creature. Per non parlare della mia tana, un tunnel di venticinque metri di pura seta. Sono un metro e trenta per due metri e cinquanta di terrore, secondo le vostre misure. Cosa c'è di bello su di me? I miei occhi, forse? Queste quattro palle vitree nel mio cranio, e le quattro ai lati della mia fronte? Non hanno nemmeno le palpebre, hanno solo una membrana semitrasparente!  E i miei orribili capelli, sono costretta a tenerli legati dietro la schiena per evitare che mi coprano gli occhi laterali… allora, sto aspettando! Cosa c’è di bello in me?
L'umano la fissò, direttamente, in due dei suoi otto occhi. Il viso placido e serio. Abbassò la fiamma del fornello da campeggio, scivolò fuori dalla morsa della dridder, si fece spazio sul suolo rigido della caverna.
Solo allora osò portarsi le mani alla pancia, sdraiarsi e ridere, ridere, addirittura rotolarsi dalla risate, avvolgendosi involontariamente nella tela. La ragazza lo fissava, perplessa. Che cosa c'era in lei di così divertente? Cosa c'era che l'aveva fatto così ridere?
Solo dopo cinque buoni minuti l'umano si rimise a sedere, asciugandosi le lacrime. Ritornò a fissarla, le guance tirate in quella smorfia definita col nome di sorriso.
-Punto primo, tu sei affascinante. Punto secondo, se Narciso non avesse avuto uno specchio si sarebbe creduto un povero bruttone con gli occhiali. Punto terzo... come posso dire... insomma, guarda quell'addome così rigido e splendente, e le sei gambe pelose che ne derivano. Guarda il modo con cui questo meraviglioso esoscheletro nero ti copre le mani, seguito da una fascia di pelliccia lungo la tua pancia... e la tua schiena inarcata, i tuoi otto occhi grandi e splendenti come petrolio, le chele che hai sotto il mento, e la meravigliosa bocca che si chiude proprio qui, dove noi umani abbiamo il nostro punto più debole. Tu sei l'essere più splendido che abbia mai visto... e i tuoi capelli neri sono soffici... sei un ereside, vero? Uno di quei ragni campagnoli che fanno le tane nel terreno.
-Esatto, e abito in una caverna solo perché è più riparata dalle intemperie. Comunque, se tu avessi ragione, allora perché i pochi che mi hanno visto sono fuggiti terrorizzati, eh? Hai idea di quante volte ho cambiato abitazione? Che risposta hai per questo, eh?!- urlò quasi la ragazza, incapace di piangere, scoppiando in lacrime nel suo cuore.
-Perché gli uomini sono stolti. Vedono solo ciò che interessa a loro, ciò che va a loro beneficio, ciò che permette loro di vivere nel più sfrenato e crudele dei modi. In pochi vedono la bellezza di un'anima immutabile e pura.
La dridder arrossì per la prima volta nella sua vita.
-In ogni caso, il brodo è pronto, meglio se lo bevi prima che si freddi. E dovrò andare a breve, al rifugio mi aspettano. Ma stai tranquilla, ritornerò. D’altronde, tu sei il tesoro di questo tunnel di seta. E un tesoro è fatto per essere reclamato.

IV

La dridder aprì gli occhi. Calore. Dove non sarebbe dovuto esistere.
Era andata in letargo a novembre. Faceva sempre così, quando era in letargo. Accumulava una decina di animali morti nella sua tela, chiudeva la sua tana con  grossi rami e fronde, e si rintanava nell’angolo più profondo, dietro una spessa barriera di seta. Non bastava a proteggerla dal freddo, spesso si svegliava tremante, i pettorali scoperti vibranti sotto il morso dei mastini del ghiaccio. Una volta era anche crollato il tetto, aveva dovuto cercare un tronco nella neve, mezza addormentata ed assiderata, ma alla fine era sopravvissuta. Era sopravvissuta a tutto ciò che le si era parato davanti, da sola.
Non aveva certo bisogno di una coperta di lana che la copriva per tutto il suo corpo, dall’addome alle spalle. Né di un maglione smanicato, per evitare che gli artigli lo strappassero. O di calze che ricoprissero le lunghe gambe rigide, né di guanti a tubo che coprissero dalla radice dei medi fino alle spalle.
Eppure lei avevo tutto ciò indosso.
-Mi avresti dovuta svegliare…- sbadigliò, tirando le sue braccia verso la parete rocciosa. -E il fuoco si accende fuori dalla mia caverna, non voglio che la mia tana bruci.
-Rilassati, è una fiammella a gas, scalda pochissimo e non fa fumo. E poi, volevo vedere il tuo sorriso da addormentata. Ed è meraviglioso.
-Ma io non ho le labbra! Ho solo queste chele e la bava!- gli fece eco lei, sputando un grumo di tela addosso a un cerbiatto senza testa.
-Perché tu non sai vederlo…- sogghignò il poeta. -Vedi, il sorriso non dipende dai muscoli delle tue guance. È dato da tutta una serie di elementi, e questo è uno solo. Serve l’alzare le sopracciglia, inarcare le, ehm, palpebre, il distendere i muscoli, o il ritirare le braccia vicine a sé, come in imbarazzo. Chi si ferma a mirare un evento solo per la sua fenomenologia iniziale, si perde tutta una sfumatura di note e sapori che fa la differenza tra una bistecca e uno spezzatino.
-Oh, già, dimenticavo che tu ci sai fare con le parole…
-E l’elemento più importante è sussurrare nel sonno il mio nome seguito da parole che indicano l’affetto. Devo piacerti veramente tanto, se mi sogni nel tuo letargo.
-Co…
-Andiamo, non arrossire, farai competere quei dolci rubini che hai per occhi con le tue guance in fatto di bellezza. E non è carino. Non si possono eleggere due miss Italia.
-...dovrei tirarti un pugno ora... uno di quelli che ti sbatta sulla mia tela in maniera così violenta che ti arrotoli e impacchetti da solo… e i miei occhi sono neri.
-Non puoi, hai gli artigli, non le dita…- ridacchiò lui, indietreggiando di un passo verso l’uscita.
-Oh, perché tu non le sai vedere... un pugno è dato da tutta una sfumatura di sensazioni… prima tra tutte, la paura che balla sulla tua zucca… e più importante ancora il dolore, che è già qui pronto a stamparsi sulla tua faccia.
-Eh... saggie parole di un saggio uomo, direi.
-Cadavere.
-Fa lo stesso… senti, io non sono qui per farti la corte o simili. Sono solo venuto ad avvisarti che da quest’estate ci vedremo più spesso. Molto più spesso.
-Chissenefrega…- sbadigliò lei assonnata.
-Bè, il fatto è che…- il poeta si bloccò. Morfeo aveva lasciato la sua preda per poco tempo, ora era tornata ad incantarla con i suoi fruscianti papaveri. Presa  la forma del ragazzo, si era posto nei sogni della dridder. Il poeta certo non lo poteva biasimare, anzi quasi lo ringraziò. Non sarebbe potuto stare con lei a lungo… ma non voleva neppure che lei sentisse la sua mancanza.

V

La dridder spolpò le ultime ossa della sua ultima preda. Sentiva lo stomaco gorgogliare, chiedeva ancora di più, ma non poteva muoversi. Quei dannati muratori avevano cominciato a febbraio a costruire quella dannata casa, e anche se per ordine del proprietario avessero accelerato i tempi, lei non era riuscita a cacciare decentemente per settimane. Finalmente, sei mesi dopo il loro arrivo, com’erano venuti se ne andarono. La foresta riguadagnò la sua quiete rumorosa di uccelli e fruscii. E di carne lacerata e tela intessuta. Era ora che il proprietario di quella casa ne sentisse quattro. E se gli umani dicono quattro, i dridder, che hanno più del doppio dei loro arti, dicono dieci.
-Oh, sì…- sussurrò la ragazza, avvicinandosi, a suo parere, silenziosa alla sua tana. -Un colpo a una mano, per avermi rubato la stagione di caccia. Un colpo all’altra mano, per avermi rubato la quiete. Un colpo alla lingua, perché non possa chiedere pietà. Un colpo alle caviglie, per impedirgli di scappare. E sei colpi in aree non vitali. Perché possa morire dissanguato sopra ciò che ha creato… uau, certo che dovrei sostituire il mio poeta… aspetta, ho appena detto “mio”?
-Sì, l’hai detto- ridacchiò la sua interlocutrice, impacchettando delle valigie. -Comunque ti consiglio di andarci piano. Le tue unghie lasciano lesioni simili ai coltelli… ma questa brutalità… e rischi che ci vada di mezzo un innocente! Se fanno delle indagini frettolose, e creano un capo espiatorio per il terrore che tu hai causato? Lo terresti sulla coscienza?
-Oh, andiamo! Sono una dridder! Sono un mostro, per quanto bella io sia! Mi sa che quel poetucolo mi sta contagiando…
-Ah, andiamo! Non ti sta contagiando. Lui è l’uomo giusto per farti vedere ciò che ti rifiuti di vedere, cara mia. Te l’ho sempre detto che avevi un fisico invidiabile, e i tuoi capelli neri sono molto più belli di questi miei argentei.
-Vai a farti fare le meche. Tu almeno hai forma umana.
-Oh, certo, adesso entro da un parrucchiere e gli dico “Salve, sono una ninfa che va in giro con solo i suoi capelli addosso, mi cambia colore alla capigliatura? No, cosa fa, non chiami un manicomio, le scateno contro il mio unicorno altrimenti, e…”
-Va bene, va bene! Ho afferrato!- La dridder sbuffò, scaricando dall’addome le sei prede del pomeriggio. -In vent’anni che sono qui, sei passata da me solo venti volte.
-La mia è una marcia, piccola mia. Silenziosa, costante. Da quando ti ho trovata, ti ho accudita. Ma più di così non posso fare. I ragni sono sedentari. Le ninfe, le nomadi della natura. Ho il mio giro da rispettare, devo circolare lungo i monti, sistemare ciò che non va…
-Lo so, amica mia. Però… la prossima volta, fatti trovare con un regalo. Mi farebbe più piacere che vederti sempre di corsa.
Gli occhi della ninfa la seguirono, finché il suo corpo nerastro venne inghiottito dal buio e dal nulla. Era strano… ma era come se avesse la sensazione, una sensazione sibillina, e sibilante come un violino mal accordato, ma costante, e fastidiosa, come il rumore della spia delle cinture di sicurezza, che la prossima volta che l’avrebbe vista, sarebbe stata un’altra ragazza. Forse, addirittura una donna.
Che avrebbe voluto dire?
Tutto ciò che sapeva, era che la ragazza avrebbe commesso un omicidio. E tutto per ira.
Non poteva certo seguirla mentre infilava gli artigli in una finestra chiusa malamente, né vedere come si muoveva silenziosa sulla sua tela, cercando di evitare che le zampe toccassero il pavimento di parquet.
Ma poi, la dridder notò una cosa strana. Al piano inferiore era tutto arredato alla perfezione, ma tutto pieno di polvere, come se fosse lì da molto tempo, o fosse stato immagazzinato troppo a lungo. Il piano superiore invece era deserto, come se aspettasse di essere riempito, come se dovesse arrivare qualcuno, o qualcosa, capace di prendere il vuoto e sostituirlo col pieno. Scosse la testa, non voleva cercare di risolvere rompicapi a quell’ora. Scese le scale quasi scivolando, raggiunse felpatamente la porta aperta. Dietro ad essa, un’anta di legno pregiato, finemente intarsiato, frutto di un’eredità inaspettata, e quasi non voluta. Sull’altro lato, uno specchio. E un ragazzo, inginocchiato davanti. Aveva in mano un anello, perfettamente inscatolato nel velluto, brillante di dieci diamanti.
-Questo anello, e tutti questi mobili, sono frutto di un’anziana signora a cui ho fatto da badante. Era ricca, ma non sfrontata, anzi umile. I suoi parenti erano tutti sempre occupati, e la trattavano per quello che era: uno strumento di cui accaparrarsi i pezzi migliori, per aspettare il momento in cui si rompa per riciclarlo. Non sapevano però che per ripicca aveva nominato suo unico erede il badante che la intratteneva coi suoi sogni… anche se per la tassa di successione ha dovuto dare via molto di ciò che aveva ricevuto… è strano, di solito i regali non passano alla dogana… in ogni caso, questo anello mi è stato consegnato da lei in persona. Insieme anche a un lembo di pelle, se devo essere sincero… comunque sia, ci siamo visti solo due volte, ma credo proprio che tu sia perfetta per me. E spero io di essere perfetto per te… hai bisogno di uno specchio che ti faccia risaltare per ciò che sei, no? E allora… mi chiedevo, mia dolce dea aracnoide… se… mi volessi sposare… e…
La dridder chiuse violentemente l’armadio in faccia al poeta, colpendo in pieno il naso a patata.
-Assolutamente no! E poi… tutto bene…?
-Sì, sì…- rispose lui, rubandole un po’ di seta. -Solo hai trasformato la patata in purè… comunque… era solo una prova, e…
La dridder gli pose un artiglio sulle labbra. E due nelle narici, spingendo la tela fino alla frattura. -Non voglio sposarti, piccolo il mio poeta inerme. Perché se non mi dai la possibilità di conquistarti, non potremo mai essere felici insieme…
-Bè… hai iniziato col naso…
-E continuerò con la lingua, se non stai zitto.
Il poeta si irrigidì. La ragazza lo strinse al suo petto, accarezzandogli la testa con il palmo ruvido, strappandogli qualche capello nel processo. -Vedi… tu mi hai conquistata con le tue parole… io voglio avere l’opportunità di fare lo stesso. Non sono abile a parlare, né a scrivere, né a cucinare… né a fare tutto ciò che una donna saprebbe fare con mani di carne. Per questo, dammi la possibilità di conquistarti, nonostante tutti i miei impedimenti.
Il ragazzo si scostò da lei. Si accasciò un attimo, boccheggiando, ma subito dopo si rialzò, passandole un cuscino. -Quello è per sfogarti per ciò che sto per dire. Dunque, prima di tutto, mi sembra corretto, e per questo accetto. Secondariamente… sono proprio fortunato.
-In… che senso, scusa?
-Bè, una delle uniche parti del corpo umane che hai è quella che viene più usata per soffocare… ed è anche così vasta che ci stavo finendo stritolato…
Le piume delle oche spennate per quel cuscino scattarono in aria, come guidate dai fantasmi dei loro cadaveri, richiamate dalla rabbia e dal senso di pudore della ragazza, mescolate insieme in un cocktail che rendeva ancora più assetati di quanto non lo si fosse prima di berlo. Di sangue, ovvio.
-Ecco… adesso hai conquistato anche la mia paura…
-Bene… lo toglierò dalla lista delle cose da fare… anche se in cima c’è legarti e gettarti in una padella ben oliata…
-Con peperoncino, spero.
-Oh, certo. Su tutta la tua pelle, così tanto che ti verrà un’incredibile voglia di lavarti. E ci sarà solo olio bollente per farlo!
-Oh… adesso hai conquistato anche i miei incubi…

VI

-No.
-Andiamo, amico mio! Ti ho aiutato a ristrutturare la chiesa, no? E allora tu sposaci! Siamo nel mezzo di un bosco, chi vuoi che ci veda?
-Senti, non è solo perché non è umana, è perché non ha fatto mezzo dei sette sacramenti!
-Andiamo… che ti costa?
-Senti, te lo dico come amico, più che come confessore. Piuttosto che passare la vita con lei, mi farei frate otto volte!
-Non c’è proprio niente che ti possa convincere…?
-Assolutamente no!
-Neanche una fornitura di tessuti pregiati per gli interni, realizzati in esclusiva seta di dridder? Andiamo, lo so quanto ti piace vedere casa tua e la chiesa adorne…
-Ma…
-Lo so che non puoi resistere…
-…e un carico di birre. Altrimenti non se ne fa niente.
-E sia!
Una scena simile si ripeteva qualche chilometro più a ovest.
-No!
-Andiamo, amica mia!
-No! Gli umani sono l’abominio della natura! Non ti sposerò mai con uno così!
-Ma…
-Ti ho detto di no! E poi dovrei collaborare con uno che come mi vede dice “pagana”!? Giammai!
-Ma è un poeta…
-E con questo?
-So quanto ti senti sola durante i tuoi viaggi immortali… e una buona lettura fa bene… evita di sentirti sola… ti fa meditare sulla filosofia della vita… lo so che non puoi resistere…
-…e un carico di birre. Altrimenti non se ne fa niente.
-E sia!

VII

Quanto tempo era passato? Un anno, forse. Avevano vissuto in armonia, questo a loro bastava. La dridder, come ogni Ereside che si rispetti, era riuscita a ricostruire il tunnel di seta al piano superiore della casa. Vi rimaneva la maggior parte del tempo, si sentiva al sicuro in quelle pareti. E non aveva più cacciato, dato che il poeta le forniva continuamente i prodotti di una cucina raffinata e sublime: la sua. Oramai le ossa e la carne spolpata viva erano solo un ricordo.
Ma c’era ancora una cosa con cui non aveva fatto i conti.
-Ehi… ti volevo chiedere… viviamo insieme da due anni, no?
-Certo. Domani sono due anni, se vogliamo essere precisi- le rispose il poeta, districandosi nella fitta tela per poter mangiare insieme a lei.
-Però… mi chiedevo una cosa… da molto tempo, in realtà. Nel senso, che cosa c’è in quella tazza che bevi così in continuazione?
-Questo?- le chiese lui, alzando una tazza azzurra all’altezza dei suoi occhi. -È caffè. E’ una bevanda che mi dà energia, tutto qui. Mi tiene sveglio, mi dà la forza di lavorare, eccetera. Non credo che comunque tu ne abbia bisogno…
-Tu dici? Insomma, è vero che passo molto tempo a oziare…
-E i risultati si vedono…
-Che… risultati, scusa?
-Questi!- rispose lui, ghignando, e afferrando i cuscini che sbordavano dal fianco della ragazza. -Hai messo su un bel po’ di pancia.
-Ehi! Giù le zampe!
-Mani.
-Fa lo stesso!- rispose lei, strappandogli di mano la tazza e trangugiandone il contenuto in un sorso, quasi a volersi soffocare. -Adesso voglio vedere se mi dà l’energia… l’energia… per…
I suoi ricordi si interrompono qui. Non sapeva cosa avesse bevuto, non capiva perché una ghigliottina di ombra avesse improvvisamente tagliato il filo della sua narrazione. Per quanto si sforzasse di ricordare, non riusciva a penetrare la foschia che copriva questa vasta zona della sua mente… era come se qualcosa avesse appiccato il fuoco nel suo corpo, e la cortina che ne era generata le impedisse di vedere qualunque cosa… anche i ricordi successivi a quel momento sono solo frammenti, come cime di montagne svettanti sopra nubi in tempesta.
Si rese solo conto di tre cose, quando riprese il controllo. Primo, gli artigli insanguinati. Secondo, gli animali morti attorno a sé, avvolti nella tela. Terzo, una profonda ferita nel braccio di suo marito.
Il poeta si gettò su di lei, quando si rese conto che era tornata in sé. La strinse al proprio petto. La coccolò, la fece adagiare su di sé, sopportando il peso di tutta la sua mole. Non un gemito sfuggì dalle sue labbra. Lei era disperata. Continuava a rivoltarsi, a piangere, a soffrire, come se la ferita fosse sua. Ma la ferita che aveva era come un riflesso: a lui quella fisica, a lei quella spirituale. Lei aveva permesso al poeta di entrare nella sua vita, di cambiarla, di trasformare la sua violenza in qualcosa di unico al mondo, in una bellezza capace di intrigare la mente degli uomini più accecati dall’odio. O dalla paura. O dall’ignoranza. Lui aveva abbassato la guardia. L’aveva abbassata troppo. Le sue mani correvano a lisciare i peli che grattavano contro di lui, la accarezzava nel tentativo di grattare via ogni tristezza da quell’ispido pelo nero. Ma tutto ciò che riceveva erano lamenti. Non cercava di spiegarle che stava bene, né voleva dimostrarle di non aver subito alcun danno. Sapeva, da buon argonauta dell’anima, che il dolore era dovuto al terrore. Terrore di sé stessa. Sapeva che la ragazza si era alzata come un essere superiore, che dominava ogni essere sotto di sé. Ma lui aveva provato a farla abbassare al suo livello, aveva tirato il girasole per il gambo, in modo da sfiorarne il fiore. Ma il gambo dei girasoli è rigido, e se si tira troppo, si spezza. Quando il desiderio, di possedere, come di voler fare del bene, supera il limite, il risultato è solo quello di peggiorare la situazione. Sapeva, che se lei soffriva, se il suo gambo era reciso, era solo per colpa sua. Non poteva curare il gambo. Non poteva fare innesti, cercare di legare funi e legnetti, non poteva riportare la chioma del fiore in ordine, dopo che l’aveva scompigliata. Ma poteva subire le conseguenze del suo gesto. Poteva permettere che il polline del fiore ricadesse su di lui, sapeva che qualsiasi cosa avesse fatto l’avrebbe solo rovinato di più. Per questo stava in silenzio. Aveva intuito che ciò di cui la dridder aveva bisogno era proprio il silenzio. Perché il dubbio non scombussolasse ancora di più la sua mente, perché il dolore non la danneggiasse oltre. La lasciava soffrire, per impedirle di perdersi.
-Solo i veri poeti sanno amare veramente. L’amore non è solo un legame carnale, è un legame tra anime. E solo gli argonauti dell’anima possono comprendere la natura di tale legame.- Era una delle sue massime.
Ma si sbagliava. E l’avrebbe ammesso, di lì a poco.

VIII

La dridder si avvolse nella seta. Aveva paura. Troppa paura. La pancia le faceva male, non sanguinava più, era tutta accaldata… e dalla sera in cui si era ubriacata di caffeina, non aveva bevuto altro che acqua! Allora c’era una sola spiegazione, ma no, non voleva sentirla!
Eccoli. I passi sulla seta. Lei intessé ancora più tela, si ritirò nel suo bozzolo, come un bruco. Ma non c’era trasformazione per lei. I passi si avvicinavano. No, no, non voleva sapere, non voleva sentire!
-Ohi! So che sei lì dentro, e che mi puoi sentire. E risparmia di tapparti le orecchie, so bene che mi senti lo stesso. Facciamo un patto, okay? Se non esci subito, ti dico chiaro e tondo quello che ti devo dire. Va bene?
-Vai via! Ho paura!
-Hai paura? E di chi? Ci sono solo… ah, hai paura dei risultati delle analisi, eh?
-Non voglio sentire!!
-Senti… sono tuo marito e se non mi ascolti ora ti faccio saltare la cena. Allora? Bene, ti sei zittita. Bè, non so se è una cattiva o brutta notizia… però ho fatto analizzare i campioni sia da un centro umano che da un centro biologico per aracnidi… il risultato è lo stesso.- il poeta sospirò. Prese un lungo respiro, iniziò a piangere. Soffriva, all’annunciare quella notizia. -Sei positiva.
La trasformazione avvenne. Laghi, oceani, mondi d’acqua si rovesciarono. Il sole scintillò. Un sole di gioia. Acqua salata di lacrime. Un ragno, diventato qualcosa di speciale. Il bozzolo si ruppe. La dridder era cambiata. Eppure, era sempre la stessa. Ma nell’anima, sapeva che era tutto un caos, un rincorrersi di emozioni, inseguite da controllori che cercavano inutilmente di montarle assieme sotto un unico concetto. Un concetto che però alla fine prese forma. All’inizio, sembrava dicesse “Morte”. Ma era solo colpa di qualche errore di organizzazione. Uno scambio qui, un cambio là, ecco, i sentimenti avevano formato un nuovo concetto, una nuova parola. “Madre”.
Il poeta si inginocchiò. Baciò la pancia della dridder, dove si trovavano le piccole proto-anime a cui aveva dato forma. Aveva scritto la sua ultima poesia, la più bella. Oramai le mani non gli sarebbero più servite. Si alzò. La fissò, sorridendo. Per la prima, unica volta, la baciò.
E le chele della mascella scattarono.
I piedi smisero di funzionare. Che importava, sarebbe rimasto con lei per l’eternità. Poi fu la volta delle mani. Ma oramai aveva creato il massimo, il tetto delle sue possibilità, non poteva andare oltre. Non avrebbe avuto alcun senso tenerle con sé. Si accasciò. A che gli serviva stare in piedi, sarebbe stato bene su quel materasso di seta. Sentì il fruscio della tela, e sua moglie che lo copriva, da testa ai piedi. Che gentile. Anche se non ne avrebbe sentito mai il calore. Anche la vista svanì. Ma tutto ciò che gli serviva, era percepire l’anima della donna che amava. E che l’avrebbe divorato.

IX

La ragazza sospirò. Fissò il soffitto, come se potesse vedere la salma del suo amante, oltre quella sottile parete di legno e cemento. Si appoggiò allo schienale della sedia, lanciando un altro lungo sospiro, quasi fosse un cuscinetto gonfiabile schiacciato in posizione. Le lacrime ripresero a cadere.
Era la sua natura! Avrebbe dovuto nutrirsi del suo compagno, per poter dare vita ai suoi piccoli, era questo che l’istinto le ordinava! Ma il poeta aveva fatto di tutto per sopprimere quella forza, quegli ordini dai quali non poteva scappare. Ecco, lo sentiva. Anche se non lo comprendeva, sentiva il sentimento che lo tirava verso di lui. Sentiva che aveva sbagliato, che avrebbe voluto stringerlo a sé, per tutta la vita, e oltre. Aveva sbagliato, e avrebbe pagato. La sua mano si allungò verso la tazza. Tanto valeva smettere di pensarci, e berci su!
Una mano, di carne, prese la tazza, e la portò alle labbra a cui apparteneva. Il peso di una persona controbilanciò quello della dridder, quando la schiena dell’umano si appoggiò allo schienale.
-Non dovresti bere. Ti fa stare male.
La dridder ammutolì. Una palla di seta le bloccava la gola, disse poi lei, ma in realtà era solo paura. Era vivo. E ora? L’avrebbe perso, vero? Lui si sarebbe rifiutato di vivere con chi lo voleva morto! L’aveva perso, per sempre.
-Una volta ti dissi che solo i poeti sanno amare veramente. Bè, mi sbagliavo. Non importa sapere com’è fatta una cosa, per sapere che c’è. Non importa conoscere il modo in cui il motore si avvia, per poterlo usare. Non importa sapere cosa comporta l’amore, se l’amore c’è. Mi sono sbagliato. Ho cercato di cambiarti, perché sembravi sola, disperata, diffidente. Ma mi sbagliavo. La verità, è che è stato l’amore che provi a cambiarti. Io non ho fatto nulla. E la prova è proprio questa: io sarei dovuto morire, se non avessi bevuto l’antidoto al tuo veleno. Lo stesso antidoto che tu mi avevi dato, perché non ti fidavi di te stessa. Ho fatto finta di morire, solo perché tu ti rendessi conto che era sbagliato seguire ciecamente gli ordini di qualcosa che non comprendi, anche se vuole il tuo bene. So che tu sei cambiata, lo so perché so cosa provi, anche se io non ho fatto niente per farlo, e questo prova che è l’amore a cambiarti, non io! Però devo averne la conferma, amore mio. Tu vuoi che continui a vivere al tuo fianco? Oppure, vuoi che ritorni sotto la tua coltre di seta?

X

-Tu… non dovresti essere morto?- chiese il prete, squadrandolo.
-Eh… diciamo che ho risolto la situazione… quello è il racconto che ti ha chiesto di scrivere?
-Sì… mi è venuto bene, credo, anche se per la maggior parte ho copiato e incollato il testo della sua mail. È veramente brava a scrivere, deve aver preso da te.
-Nah, non credo sia così. Vedi, gli esseri umani sono composti da corpo, mente e anima. Solo due di queste cose tuttavia possono essere  sviluppate appieno. I poeti sono quelli che sviluppano mente e anima, e lei ha sviluppato corpo e anima. Per questo non sa scrivere con razionalità, e le sue parole sono spesso accozzaglie di pensieri. Ma è proprio per questo che è splendido. Queste parole… questo racconto filtra la sua anima, le sue emozioni, le raccoglie, le intesse su una tela di pregiato inchiostro. Ora devo solo dare una sistemata alla forma, se me lo permetti.
-Dimmi solo una cosa: si può sapere che ci trovi in quella creatura?
Il peota inclinò le sue labbra verso l’alto, sorridendo. Girò i suoi occhi verso il prete, fissandolo. Avrebbe potuto rispondere molte cose. Avrebbe potuto dire che lo affascinava la sua natura selvaggia, che la apprezzava per la sua ferocia repressa, che era colpito da come intessa la sua tela. Ma tutto ciò che rispose fu: -È fragile. Il suo corpo è rigido, la sua mente resistente, ma la sua anima fragile. Ed è questo suo tesoro inestimabile che mi sta a cuore. Lo metto alla prova, gli do colpi di scalpello, ma la cosa più importante di tutte è che quel gioiello mi ha catturato. E lo posso cambiare quanto voglio, gli posso dare nuove forme, nuove sfaccettature… ma non cambierò mai il fatto che è frangibile quanto un cristallo. Io sono il custode che lei ha scelto. Questa è la natura del mio amore. Non è qualcosa del tipo “mi piace il suo corpo”, “si veste con abiti eleganti”, “mi riempie di regali”, “è la madre dei miei cuccioli”, o cose simili. È invece: “ha deciso di rischiare tutto, per donarsi a me”. Ed è la forma di Amore più sublime che ci sia.

Fine
  • Mood: Desperate
  • Listening to: Eye of the tylacine - The unguided
  • Reading: Happiness engeneering
  • Watching: Inception - the offical video - The Unguided
  • Playing: Orbs of Fate
  • Eating: I'm brushing my teeth
  • Drinking: I'm brushing my teeth
COULD SOMEONE PLEASE TELL ME WHAT THEY THINK OF "THE TREASURE OF THE SILKY TUNNEL?! I NEED TO KNOW!!!!

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fantasylover100 Featured By Owner Aug 8, 2014  Hobbyist Writer
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Zelifano Featured By Owner Aug 28, 2014
Thanks! Sorry I didn't answer yet, DA bugged
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:iconlynnae-madison:
Lynnae-Madison Featured By Owner Aug 8, 2014  Hobbyist General Artist
Happy birthday! ^^
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:iconzelifano:
Zelifano Featured By Owner Aug 28, 2014
Thanks!
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:iconlynnae-madison:
Lynnae-Madison Featured By Owner Aug 28, 2014  Hobbyist General Artist
You're very welcome! :) 
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SheltieWolf Featured By Owner Aug 8, 2014  Hobbyist Digital Artist
Happy birthday. :)
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:iconzelifano:
Zelifano Featured By Owner Aug 28, 2014
Thanks a lot Sheltie!
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Hawk00Refferencer Featured By Owner May 30, 2014
You've been hugged. Hug Huggle! Glomp!

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Zelifano Featured By Owner Jun 14, 2014
I'm gonna respond, don't worry, just I have little time to do it ^^
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BubbaZ85 Featured By Owner Mar 26, 2014  Hobbyist General Artist
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